L’orgoglio dell’Italia non basta. La corazzata Serbia ci elimina dagli Europei

La Serbia è una corazzata. È più alta, grossa, fisica, talentuosa, completa dell’Italia. Ma scende in campo con la pressione di essere favorita e con l’obbligo di batterci per arrivare a giocarsi, obiettivo minimo, la finale con la Spagna. Gli azzurri, invece, hanno già portato a casa il loro risultato minimo. Avevano il dovere di passare il turno nel girone e poi, di turno in turno, provare ad arrivare in fondo. Un passo dopo l’altro, un’impresa dopo l’altra. E con la voglia di stupire.  Con la consapevolezza di essere tra le prime otto squadre d’Europa e con il sogno di entrare tra le prime quattro. La palla due inizia così. Con la squadra di Messina pronta a mettere sul tavolo tutte le proprio carte per raggiungere la Russia in semifinale. 

Primo quarto, rimaniamo in scia

Pronti, via. L’Italia parte con la testa giusta. 5-0 di parziale con Datome sugli scudi. La Serbia entra sul parquet con le mani fredde e per i primi 5 minuti di partita non trova mai la via del canestro. Gli azzurri difendono forte ma commettono troppi falli. Raggiungere in fretta il bonus non è mai una buona notizia. È proprio dalla lunetta, infatti, che i serbi troveranno parte dei loro punti in questo quarto d’apertura. I due falli commessi da Cusin sono una bruttissima notizia. Il lungo italiano è l’unico, per centimetri e stazza, a poter contestare i tiri delle “montagne balcane”. Biligha ci mette la grinta ma le ricezioni in area di Marjanovic sono, da subito, un problema di difficile soluzione (7-8). L’Italia risponde con i suoi tiratori. Melli, e soprattutto Datome, ci tengono avanti (16-12). Avere buone percentuali è una delle prerogative essenziali per stare attaccati alla Serbia e giocarsi, fino in fondo, la partita. Il primo tempo si chiude così 17-18.

Secondo quarto, che sofferenza

L’attacco serbo, dopo 10 minuti, entra in ritmo. Legge meglio i “miss-match”, ovvero i duelli in campo in cui ha vantaggio, e trova i tiratori dietro la linea da tre punti sugli affanni della difesa azzurra. Marjanovic, servito in area con continuità, segna con regolarità e, di fronte ai raddoppi, serve assist precisi ai suoi compagni. Lucic e Macvan ci puniscono scavando la prima differenza tra le due squadre (27-38). Ma dalla panchina coach Messina trova buone risposte e giocatori pronti. Burns e Filloy ci tengono a galla fino alla tripla di Datome (9 punti per lui a metà partita) del meno cinque (33-38). Ma è l’ultimo momento di euforia azzurra del quarto. Lucic e Marjanovic spingono nuovamente avanti la Serbia sul più undici (33-44). La squadra di Djordjevic, in dieci minuti, segna 26 punti e, in generale, è perfetta dalla lunetta (16/16). È dura. Durissima. Ma ancora aperta. O almeno questo è il pensiero a cui possiamo aggrapparci mentre torniamo negli spogliatoi a riordinare le idee. 

Terzo quarto, non mollare fino alla sirena

La Serbia si dimentica di Cusin che, in apertura di ripresa, schiaccia a due mani, indisturbato, in mezzo all’area. È una scarica di adrenalina che dura poco, ma che viene avvertita anche dagli avversari. La Serbia perde i primi tre palloni ma il terzo fallo del nostro lungo titolare ci costringe, di nuovo, a soffrire. Marjanovic, arrivato a 10 punti, torna a dominare. L’Italia concede troppi rimbalzi in attacco e i possessi extra ci fanno malissimo. Ma Biligha, stavolta, è eroico. Segna 4 punti e difende forte. Con i primi punti di Aradori, il tabellone segna meno 8 (46-54). C’è di nuovo speranza e neanche il fallo tecnico fischiato alla panchina fa uscire gli azzurri dal match (48-57). Siamo lì, attaccati con i denti, ma sempre troppo distanti. Ci vuole un miracolo e un Belinelli che, pur giocando con grande generosità, raddrizzi le sue percentuali dal campo (3/12). Mancano 10 minuti e bisogna giocarli con il coltello tra i denti.

Ultimo quarto, la resa finale

Belinelli continua a tirare ma con risultati altalenanti. Datome lavora a rimbalzo ma i serbi controllano il ritmo e ci tengono a distanza (52-63). Stiamo a galla ma siamo più impegnati a non affondare che a recuperare il terreno perduto. Coach Messina chiama timeout a sette minuti dalla fine sul 52-65. È l’ultima chiamata per cercare di prolungare la presenza a Istanbul e per trovare, chissà dove, le ultime energie per provarci. Belinelli con la sua seconda tripla della serata, e Datome, in penetrazione, ci spingono ancora a meno otto (59-67). Ma la stella della Serbia si chiama Bogdan Bogdanovic. Ha tirato male per tutta la partita ma, senza scomporsi, ha messo in ritmo tutti i suoi compagni servendo assist e facendo sentire la sua guida. A quattro minuti dalla fine, nel momento di maggiore difficoltà, si carica tutto sulle proprie spalle. Mette la prima tripla dopo sette errori consecutivi e appoggia altri due punti con una giocata da campione vero (61-73). L’Italia è sulle ginocchia e in piena riserva. Mentalmente e fisicamente. Gli ultimi minuti sono un’agonia. I titoli di coda sono partiti. Resta solo da ringraziare una squadra che ha fatto quello che doveva, e che poteva fare, giocando ogni partita a testa alta. È una sconfitta (67-83), piena di rabbia, ma che è arrivata contro una squadra più forte e attrezzata per giocarsi non solo il match ma il titolo europeo. L’Italia deve ripartire dalle sue certezze. Ora arrivano le qualificazioni per i mondiali del 2019. E sarà molto importante esserci. 

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